Dopo alcuni episodi di violenza da parte di bande composte da giovanissimi, il problema delle cosiddette “baby gang” è stato presto trasformato in una questione di ordine pubblico, mentre si trascurano le cause e le eventuali proposte risolutive.

Mentre i mass media insistono sui provvedimenti repressivi e riportano la notizia di un sempre maggiore impegno di contingenti di polizia ed esercito nelle strade delle nostre città, colpisce leggere la storia vera, raccontata da Massimo Gramellini e pubblicata sul Corriere della Sera del 13 gennaio 2018 nel breve articolo intitolato significativamente “La scuola è un sentiero”, di un padre indiano che, pure nella sua semplicità, riconosce il grande valore della frequenza scolastica dei suoi figli:

A che cosa serve ancora la scuola? Il signor Nayak lo sa. Fa il fruttivendolo in un villaggio sperduto dell’India Orientale, è analfabeta e desidera che i tre figli possano frequentare quel mondo di segni e di sogni per il quale gli è sempre mancato il biglietto di ingresso. Ogni mattina i ragazzi impiegano tre ore per andare in classe e tre per tornare a casa. Quel che è peggio, l’unico cammino praticabile è una trappola infinita di rocce acuminate. Così Nayak prende la zappa, il piccone, lo scalpello e decide di costruirne un altro. Da solo. In due anni, giorno dopo giorno, con arnesi rudimentali, scava nella pietra per sette chilometri, sottraendo tempo al riposo e ai piaceri della vita. Perché per lui non esiste piacere più grande della possibilità di tracciare una linea retta fra il suo paese e la scuola. Poi qualcuno ha raccontato la storia ai giornali, papà Nayak è diventato una specie di eroe nazionale – capita, quando un cittadino supplisce alle carenze dello Stato – e il governo indiano ha promesso di pagarlo per i chilometri di strada che ha costruito e di completare quelli mancanti”. 

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